«verso il socialismo» il murale di valenza po (1972)

 

 
Note d'esperienza Cronologia della realizzazione Proposta per una
lettura critica
L'esperienza
di Valenza Po
 Il murale di
Valenza Po oggi

Note d'esperienza - di Aurelio C.

   (...) A Valenza mi feci dire dai compagni che cosa volevano che fosse dipinto. Furono rapidamente d'accordo: - ...il nostro oggi e il nostro domani... - Dunque: semplicemente quest'Inferno immeritato che ci ricondanna ogni giorno e di contro il nostro semplice Paradiso, quello a cui veramente crediamo: un Paradiso in Terra dove il lavoro sia gioia, sia profitto per tutti e dove la vita sia una meravigliosa avventura di uomini liberi.
    In mezzo vi ho messo il simbolo della Rivoluzione.
   Il murale è alto 3 metri e lungo 20; l'ho dipinto con colori vinilici su pannelli di truciolato di legno che accostati l'uno all'altro formano l'intero.
   Quando ho dipinto il Salone era in via di costruzione per cui ho dovuto lavorare in un altro luogo, in una stanza lunga solo undici metri per cui ho dovuto dipingere metà per volta il murale: vedrò l'assieme solo all'inaugurazione. Non auguro a nessuno di dover lavorare così per non dover soffrire i dubbi e le incertezze che ho dovuto portarmi nei nervi per otto mesi.
   Cominciai a lavorare per questo murale nel maggio dell'anno scorso (1971 n.d.r.). Tutti i disegni che poi raccolsi nei bozzetti, i tre bozzetti parziali e il grande bozzetto definitivo (lungo 3 metri e 40), tutto il lavoro preparatorio divenne proprietà della sezione "Valentia" del P.C.I. (come è proprietà del partito il tempo, le idee, il lavoro che i compagni fanno per esso): una sessantina di pezzi che furono esposti alla conoscenza e alla critica pubblica e che poi i compagni hanno comperato e portato a casa; con il ricavato di questa vendita sono stati pagati i materiali e il mio lavoro.
   Ora  è un esperimento riuscito e il murale è effettivamente una proprietà collettiva e patrimonio morale, intellettuale e politico del Partito e che, oltre all'Inferno e al Paradiso (che io chiamo "il 2 novembre e il 1° maggio") rappresenta come la creatività popolare possa travalicare ogni schema e anche e soprattutto come si possa sulla base di una organizzazione realistica indicare e raggiungere vie e traguardi di uguale felicità per tutti. Credo si possa affermare che questo è un risultato di una nuova cultura.
   Il modo con cui si è potuto giungere alla realizzazione di questo murale, in effetti così semplice di meccanismo, avvicina di colpo i muri ai pittori e la pittura alle amministrazioni democratiche, alle organizzazioni operaie, alle Camere del Lavoro, alle Sezioni del partito. Spero che così possa scemare il distacco del popolo dall'arte; spero che alle Gallerie resti solo la fatiscenza del "pubblico" - secondo la profezia di Thomas Mann - (...) 

«Verso il socialismo», 1972 - m. 2.70 x 22.00

 Con l'inaugurazione del "Salone" si conclude per me un anno e mezzo di straordinaria vita di lavoro: insieme ai compagni e ai cittadini di Valenza vedrò tutto insieme il murale che riveste per intero la parete principale, sarà anche l'ultimo esame a cui verrà sottoposto il mio lavoro e me stesso. Certo mi auguro di venir laureato pittore democratico!
   Erano anni che attendevo al possibilità di eseguire questa "tesi di laurea". Così ora vi si vedranno raccolte tutte le esperienze tecniche fatte in quasi vent'anni di lavoro: avevo già eseguito altre opere murali ed anche sculture di notevole volume; ma oltre al mestiere ho voluto raccogliervi quello che fondamentalmente fu determinante alla realizzazione di me stesso: la cultura, la morale e la prassi marxista che hanno portato me (individuo fuori-serie secondo i canoni borghesi) a fare quell'unica scelta decisiva per vivere della storia e per la storia: scelta dapprima intellettuale ma che poi ha coinvolto anche ogni mio irrazionale e interi me li ha flessi verso l'interno dell'organicità sociale. E' questa scelta che mi tiene in ogni istante impegnato ad essere e restare un proletario nel senso più vasto, più profondo e più meraviglioso del termine. 
   Essendo un tecnico della pittura mi sforzo ogni giorno di risolvere il mio dovere verso la società (anche verso quella in cui non mi riconosco): quello di tentare di reinventare la pittura cercando di stare alla pari con tutti gli latri compagni proletari che con le loro lotte, tese a cambiare le strutture del loro paese, reinventano la cultura proprio così come osservò Gramsci.
   Fare il quadretto standosene nel proprio studio è un vivere borghese con l'uso e l'abuso di strumenti borghesi che isolano il lavoro e costringono ad avere come unico e folle committente la propria fantasia e la fantasia dell'individuo isolato fa sempre ribrezzo (i segni sono quelli di quelle zampettanti galline vestite da struzzo: i maestri da un milione a francobollo).
   Ero ragazzo quando sentii dire a Guttuso che "in pittura la rivoluzione si fa con le sfumature".  Capii che stava insegnandoci ancora un'altra cosa, ma Guttuso era ancora di più nella verità quando secglieva, cercava e trovava quale suo unico committente il suo impegno morale di militante comunista che lotta per il riscatto della dignità umana nel lavoro contro la "glaciazione morale" - come egli disse - della demagogia tecnologica. Ed è dalle pagine di Mario De Micheli che ho imparato che il "Realismo" non è una forma di linguaggio bensì un preciso atteggiamento, una fisionomia, un carattere mentale. I miei maestri sono questi: due militanti comunisti formati dal partito dei lavoratori. Ed è di realismo che abbiamo bisogno ora che si manifesta in tutta la sua ferinità il ritardo voluto dai fautori dell'irrazionale tardo-umanistico e della controriforma fascista.
(da "Arte-lavoro" del gennaio 1973)

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Cronologia della realizzazione

 

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1° Maggio 1971 - Da un incontro dì Mario De Micheli con i compagni di Valenza Po nasce l'idea di un murale.

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Giugno 1971 - Al Circolo Valentia ha luogo  la prima assemblea da cui parte la richiesta ad Aurelio C. di un lavoro chiaro e comprensibile su un tema politico e civile.

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Fine giugno 1971 – Aurelio C., De Micheli e la commissione organizzativa si riuniscono per decidere l'organizzazione di tutto iI lavoro.

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Primi di luglio 19'71 - Seconda assemblea. De Micheli illustra con diapositive la pittura murale di Alvaro Siqueiros. Aurelio C. presenta sette opere. Si discutono i temi del murale, che vengono così individuati: lo sfruttamento capitalistico - le contraddizioni della società capitalistica - i problemi e la condizione dell'infanzia e della vecchiaia in questa società - la bomba atomica - l'ecologia e la difesa dell'ambiente - il volto umano e libero del socialismo.

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Settembre 1971 - Alla Festa Nazionale dell'Unità di Torino, nell'ambito della rassegna "Cento Pittori per il Socialismo", viene illustrata la nuova iniziativa intrapresa a Valenza Po.

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Dicembre 1971 – Aurelio C. si stabilisce a Valenza Po con due suoi giovani collaboratori (Leonardo Giulietti e Giorgio Cardarelli). Sono già realizzati tre bozzetti (170x50cm) e cinquantaquattro disegni, offerti al comitato organizzatore per l'autofinanziamento dell'opera. L'artista e i suoi due collaboratori ricevono regolare libretto di lavoro come operai edili, a tariffa sindacale. Sempre in Dicembre si tengono tre assemblee generali nei locali dove sono esposti i bozzetti e i disegni preparatori. Alcune fabbriche al completo visitano la mostra ed esprimono i loro giudizi. Alla fine di tutti questi incontri, emerge che il murale avrà come tema "La società capitalista e la società socialista".

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Primi di gennaio 1972 - II bozzetto definitivo è compiuto.

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18 gennaio 1972 – Aurelio C. inizia il lavoro su pannelli di truciolato con i colori acrilici .Nel corso dei lavori, che procedono senza Interruzioni apprezzabili sino alla fine, Aurelio riceve continuamente visite di lavoratori, di pittori, di compagni interessati all'iniziativa.

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19 novembre 1972 - Inaugurazione

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parte 1

parte 2

parte 3

parte 4

Proposta per una lettura critica -  di Bianca Maria Pirani

   "Che significa rompere il cerchio del proprio soggettivismo per incontrarsi con gli altri? Significa trovare fuori di noi altrettanto valide ragioni di quante non ne troviamo in noi stessi. Significa modificare i propri mezzi espressivi per stabilire un rapporto con gli altri, quindi costringere un 'gergo' di segni ermetici a un linguaggio di segni comunicabili".
   Così Mario De Micheli illustra e spiega lucidamente la genesi e la formazione dell'immagine oggettiva, quale momento primo di rapporto e di conoscenza, di scambio intellettuale e morale, sulla base di quelle energie di fondo che muovono il processo di rinnovamento artistico e culturale oggi in atto su scala internazionale.
   Il murale di Valenza Po, articolato su un diapason di profonda tensione sociale e culturale, è rappresentativo, sia analiticamente che sinteticamente, di questo momento di riconversione della coscienza e della morale, così come dell'immagine che da solipsistica e individuale diviene centro propulsore di un nuovo rapporto politico e umano. Nella tematica del realismo, quale unica fisionomia dell'integrità umana da recuperare "con qualsiasi verità d'immagine', esso si inserisce come novità totale: nel corso di questa esperienza, infatti, viene concretamente rimossa e sradicata l'antica teoria dell' 'artista-demiurgo', care alla tradizione romantica e potenziata dall'attuale gioco del mercato. A questa figura subentra quella dell' "uomo-artista', cui sembrava preludere Marx, quando diceva che nella futura società comunista "non vi saranno pittori, ma, al limite, uomini che, tra le altre cose, si occuperanno anche di dipingere".
   Già a suo tempo Aurelio dichiarava: "Sono contro l'artista e vorrei che mi venisse permesso di essere solo pittore e scultore, per cogliere con i mezzi e gli strumenti del mio mestiere le immagini e i desideri del popolo, farne un bisogno e tradurlo in forme evocative e sacre, perché credo nella creatività dei popoli e non in quella degli individui" (da "Arte-Contro", 1969).
Quella idea, pertanto, lievitante già da tempo nelle precedenti opere del pittore, di recupero all'uomo dell'arte come strumento di linguaggio e di comunicazione su un differente rapporto di forze creative, ha avuto modo di realizzarsi, nell'attuazione del murale.
   I temi di fondo e i motivi iconografici in esso presenti non sono appannaggio dell'artista - che dal suo canto nell'opera impegna il proprio consumato mestiere e la propria lunga esperienza plastica - ne tanto meno nascono 'suo motu proprio': bensì essi affondano su un terreno di vita e di lotta o tutti comune e rispondono a "quella precisa esigenza collettiva, finalmente recuperata alla sua più viva tradizione storica", di cui ebbe modo di dire, nel corso del lavoro, il pittore. Ci troviamo di fronte a una riproposizione di pittura popolare, reinventata su moduli culturale e morali marxisti attraverso lo scambio completo con la coralità collettiva e con le sue esigenze dirette; ci troviamo di fronte a una interpretazione in chiave umana e popolare del senso "religioso" della vita, intesa come farsi scambio e ricambio delle linfe che la sostanziano e la corroborano. Senza dubbio l'instaurazione di .un rapporto continuativamente reciproco tra artista e 'fruitori', qui i compagni gravitanti intorno alla Casa del Popolo di Valenza, trasporta il senso e il significato dell'opera fuori dai consueti canali di diffusione del mercato, mentre scavalca a pie pari il concetto dell'arte intesa come unica nel suo valore intrinseco.
   L'andamento popolare di tutto il dipinto, il senso simbolico delle immagini, così come l'uso della parete -costituita di pannelli accostati l'uno all'altro - lo pongono in continuazione diretta di quella tradizione popolare anonima, strutturata su una coscienza precisa dall'uomo Inteso come momento sine qua non del farsi sociale.
   E' nella verifica immediata e diretta che viene restituita alla sua verità storica la visione del mondo delle classi popolari, divenuta tutt'uno coll'essere del pittore, visione del mondo organica in un complesso che non tralascia nessun punto della gioia, come dell'angoscia, come del mistero della vita.
   Il simbolo è qui riproposto come uso del patrimonio culturale popolare nel suo riscontro diretto colla nostra realtà e il nostro tempo : è ben lontana, quindi l'allegoria didascalica caratterizzata da emblemi fissi e retorici, che invece nella realtà non trovano alcun riscontro. Poiché l'allegoria è tipica di culture elitarie tarde, che hanno perso il significato archetipico del simbolo, essa non è stata usata in questa "rappresentazione" nell'ambito della nascente società socialista. Ad esempio, considerando la figura della "Magna Mater", posta al centro del dipinto, notiamo che anche qui come presso tutte le culture antiche - che d'altronde costituiscono la base delle tradizioni popolari - essa è simbolo della fecondità della Terra : ma oltre che in chiave di riproposizione del mito antico, essa va intesa come esplicazione e germinazione reale della poesia e della forzo dell'idea socialista, restituita una volta per sempre alla Donna Vergine e Madre nella sua potenza di trasfigurazione.
   Si può dire senza ombra di dubbio che l'irrazionale, lievito e sostanza di molti recuperi mitici e simbolici, aprioristicamente inteso fuori del tempo e dello spazio, è qui calato nella realtà storica con l'intento precipuo di restituire alla collettività le immagini esplicite e le idee che le sono proprie, giammai codificate dalle pagine stampate della "cultura ufficiale", se non come fatto archeologico per i pochi illuminati.
   Nella vasta superficie di immagini che si integrano l'una con l'altra secondo un gioco mobile e misterioso di corse, di stasi e di riprese, non sembra esistere unità di tempo e di luogo, neanche tra le figure col legate tra loro da una parabola di fantasia e speranza corale e proiettate nell'arco tutto da costruire della realtà nuova dell'uomo. La simbologia espansa in tutto il dipinto riesce a uscirne fuori e inverarsi nel tempo storico; di converso l'opera, attivamente presente nel contesto attuale, attinge la sua validità da un rinnovamento presente di verità remote dell'uomo. I simboli acquistano fisionomia di autenticità nella forza che impegna il senso della vita, immobilizzata in vista di qualcosa di superiore, in questo caso il sogno e la realizzazione del socialismo. E’ in questa solarità cristallina che il tempo storico da particolare diviene generale: cosicché l'opera è importante perché nata oggi e qui, ma può essere posta a lato di creazioni dell'uomo nato da storie e da società a noi quanto mai lontane. Aurelio dice che i compagni di Valenza volevano dipinto "il nostro oggi e il nostro domani ..." Dunque semplicemente quest'Inferno immeritato che ogni giorno ci ricondanna e di contro il nostro semplice Paradiso, quello a cui veramente crediamo, un Paradiso in Terra, dove il lavoro sia gioia e dove la vita sia una meravigliosa avventura di uomini liberi...".
   Realizziamo praticamente il senso di queste parole analizzando i temi portanti dell'opera : l'oggi, ciò che rifiutiamo; il fiore della rivoluzione socialista dai "pugni moltipllcati"; la gioia, il sogno del socialismo finalmente realizzato. Leggendo la crudezza realistica, esasperata nello stridore voluto dei toni e dei contrasti, che caratterizza la parte,-sinistra, si vedono emergere le contraddizioni a confronto nella realtà amara della società capitalistica tardo-borghese, la nostra. La composizione è tale che ogni struttura si rompe, così come gli odierni rapporti umani sono infranti in un tempo presente generalizzato senza radici, costretto ad essere transeunte solo per mantenere in equilibrio e in dinamica le necessità non commisurate di un uomo asservito dai meccanismi del profitto alle false mitologie del surplus. Pienamente indicative, in un magma di felicità individuali e di erotismi epidermici le figure degli hippies, sdraiati sul materasso portato dal tappeto volante, in rotta verso il "viaggio": è la profanità del malessere tecnologico che, del transfert psichico e della fuga, fa un fittizio rifugio di false valutazioni del sacro, quando ormai il "centro" è definitivamente perduto. A indicare di contro l'uccisione della vera gioia dell'infanzia, pende appesa per il piede a un "segnale di pericolo", emblema cieco della tecnologia, la figura fatta di inutile rotondità di un bimbo : il nostro mondo è oggi quello dei bari; l’innocenza è appesa sottosopra e forse soccomberà in questa realtà alla rovescia. La grande testa ieratica del "Pantocrator ad extremum" è la sublimazione dell'homo faber, dell'uomo che oggi muore di lavoro. La sua testa è immobile e fissa dentro il caos, le sue stimmate sono i fori aperti nelle sue spalle attraverso cui passano gallerie senza un dove: all'orizzonte trionfanti si stagliano I grattacieli dell'obbrobrio capitalistico.
   Dal "caos" al "cosmos" : le acque da cupe e torbide diventano chiare, toccate dalla brezza, mentre il cielo si apre in un azzurro intenso e vivido. E' la nascita della vita : in una calma senza vento, eccetto il colpo d'aria nella gonna della giovane madre, le foglie secche dell'ultimo ramo della "cultura di massa" rinverdiscono. Nella nuova presa di coscienza l'uomo spalanca le mani tese all'unico sole possibile in un gesto contrario a quello della crocifissione. La terra esplode fa un fiore, il grande fiore universale, rosso di amore e di sangue : il suo polline fecondante sono i cento pugni chiusi e ogni pugno ha dentro di sé, lo si vede, altro fervore: l'energia che deve affratellare ogni uomo. Quando sulla terra la Storia è matura, la Rivoluzione esplode come un vulcano e apre fiori di uomini; e falce e martello è strategia e prassi rivoluzionaria, II fiore di Aurelio allude aIl'essenza perenne dell'uomo, ora costretta In vene e foglie nascoste, in rivoli convulsi, ma che prorompe e proromperà dall'uomo per l'uomo nell'impeto della sua liberazione totale. A questa germinazione del massimo delle energie presiede a figura della Madre-Terra immersa nella luce dell'aria senza tempo; è lei che lascerà il mondo con un drappo rosso che, persi i segni del sacrificio e del martirio diventa scenario continuato sull'operosità dei lavoratori per sempre padroni del fine del loro lavoro.
   Prende corpo il sogno e il fine della lotta che noi viviamo : ecco le mani annodate nel gesto dell'amicizia perfetta in un mondo di amore. Questo nodo di dita, antitetico alla realtà di Caino e di Abele, è il simbolo più vicino allo spettatore, esso provoca la rottura del diaframma fuori del tempo entro cui sono poste le immagini, e quasi esce dal dipinto per entrare nel fitto della nostra vita.
Cosi profondamente è tellurico il senso delle mani unite, così tutta la figurazione entrale rispecchia radici di terra, intesa matrice di ogni forza e di ogni energia: è da essa che sorgono le grandi figure, è da essa che attingono vigore e potenza. Nella parte finale dell'opera un eden di figure solari danzanti schiaccia definitivamente i sensi spenti di un mondo ormai morto. E' il "paradiso del 1° maggio" in un'aria di festa e di cielo, nella vegetazione rigogliosa di una primavera avanzata, schiarata da una luce arancio che sembra prorompere dal sottosuolo per togliere l'uomo dall'ombra: dove l'ecologia rimane intoccata proprietà della terra e dell'uomo. I teschi riempiono gli elmi ribaltati, i libri dell'antico sapere fanno da tetto di sarcofago a tutto ciò che non dobbiamo dimenticare; così come lo sten partigiano, ormai abbandonato, è presente in stato di sorveglianza continua accanto all'ascia nel luogo di lavoro. L'asta della bandiera imperialista è spezzata e, crollato il busto del dittatore, la povera aquila imperiale è trafitta dal cacciavite. Dalle sbarre che un giorno costringevano la creatività si alzano fiamme mosse dall'aria libera; la forza della terra - il Ieone - può dormire tranquilla: le sue ricchezze non saranno proprietà dell'elite del danaro. La civetta può uscire alla luce del giorno, dispersi i suoi nemici rapaci e, dal cappello texano reso innocuo, è stanato il serpente che vi si nascondeva. I paesi sottosviluppati serenamente trovano la via alla soluzione dei loro problemi secolari e, liberi dal colonialismo, intrecciano le mani e alzano insieme le insegne della terra di cui sono alfine padroni .
   Una sinfonia di verde e una montagna cristallina fanno da sfondo alla forza adolescente che manovra l'aereo, divenuto strumento di gioco; Icaro morì per una innocente tecnologia : la tecnologia dovrà essere misurata sull'uomo e non avrà più nessun Icaro.
   Si è qui accennato ad alcuni temi del dipinto. Una lettura su questa base critica sorvegliante le entità estratte dalla latente spiritualità popolare - di cui troppo spesso i cosiddetti specialisti fanno uso solo quando se ne ricordano e per lucrosi accenti folkloristici - è proprio quella, a mio avviso, che può aprire una via più felice d'operosità e sicurezza all'espressione.

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Aurelio tra Giorgio Cardarelli
e Leonardo Giulietti

Aurelio al lavoro

Aurelio con Luigi Longo
e Giorgio Cardarelli

L'esperienza di Valenza Po - di Aurelio C.

(...) Quando sono venuto a Valenza, invitato dai compagni di qui, ci siamo posti il problema di come realizzare il murale. Non so bene come altri di fronte allo stesso problema si siano regolati: noi l’abbiamo affrontato stabilendo che l'opera sarebbe nata da un serio e diretto rapporto con la base operaia che frequenta la Casa del Popolo e l’annesso Circolo Valentia: in un rapporto costruttivo, quindi, con i futuri "fruitori" dell’opera come si dice oggi. E abbiamo deciso che io, per tutta la durata dei lavori, fossi assunto in qualità di decoratore edile con la paga giornaliera della categoria, il libretto di lavoro, mutua e tutto. Mi sembra giusto. Ogni cosa che io realizzo in questo periodo appartiene, ovviamente, ai miei "datori di lavoro", cioè alla collettività operaia di Valenza rappresentata dalla sua Casa del Popolo. Tutto il materiale preparatorio, dai primi schizzi e disegni sino ai gran di bozzetti che sono serviti da base alla discussione e all’elaborazione del progetto definitivo, sono infatti stati venduti a collezionisti e galleristi, ed il ricavato ha coperto una parte non indifferente delle spese.
   E’ da molto tempo che pensavo a un murale e, soprattutto, a questo tipo di murale, cioè ad un’opera realizzata in un rapporto di committenza nuova, esclusivamente pubblica, che nascesse e crescesse nutrendosi di idee collettive, che traducesse in immagini, rivelandoli in modo esplicito, i pensieri e i sentimenti della collettività che mi fa lavorare. E’ una esperienza meravigliosa per me. Grazie a questa opportunità, a questa committenza pubblica non solo pratica ma ideale, io realizzo, infatti, pienamente me stesso come pittore e come uomo. DeI resto, qui, le due cose sono inscindibili: non è solo il mio braccio che lavora ma tutto me stesso, tutto l'uomo. La verifica del mio lavoro è immediata, quotidiana, diretta, perché il murale non parte dall'esterno, non viene calato dall’alto, ma risponde invece ad una precisa esigenza collettiva, finalmente recuperata -dico io- dalla nostra più viva tradizione storica.
   L'opera, in casi come questi, non è manifestazione estetica: è "vita" colta in tutta la sua complessità emotiva, ideologica, misteriosa e magica. Sono venuto qui e ho detto: "Non so più dipingere, insegnatemi voi". Ecco iI rapporto nuovo, sollecitante, stimolante, autentico. Il murale nasce in questa confluenza di volontà e di energie: dipinge il .pubblico, dipingiamo assieme, io con tutto il "mestiere" accumulato negli anni, con la mia possibilità di visualizzare, di sintetizzare, di far crescere plasticamente o graficamente un'idea o uno stimolo poetico; loro con la passione civile e, direi, con I' "innamoramento" al tema che hanno discusso e voluto, con le Ioro magnifiche capacità d'invenzione e, nello stesso tempo, di adesione permanente alla complessità di tutto ciò che è reale, concreto, solido. Sono convinto che questo sia l'atteggiamento giusto, oggi, non soltanto per fare un murale "bello", ma anche per scampare alla banalità e allo squallore di tutta una situazione dell'arte, debilitante e negativa.
   Certo, credo ancora al quadro di cavalletto e alle Gallerie: queste ultime riflettono, però, tutte le contraddizioni del nostro momento storico, e si possono quindi usare per inserirsi e fare carriera o semplicemente per sopravvivere, oppure, ancora, per svolgere un certo tipo di lavoro critico. Tuttavia ritengo che in prospettiva, i! circuito tradizionale delle Gallerie private è destinato a cedere il passo di fronte ad una committenza e ad un circuito di base.
   Oggi il mio datore di lavoro è la base, la classe operaia di Valenza: spero vivamente mi sia data l'opportunità di continuare così nel futuro, in altri luoghi, in altri Comuni democratici, e di poter realizzare in questo nuovo rapporto una serie di opere e di "esempi" che contribuiscano, anche a livelli minimali, al nascere di uno nuova concezione della stessa opera d'arte. Io, per esempio, già oggi non credo più all'opera "unica", ad un suo qualche "valore intrinseco": essa diviene, invece, significante e si realizza compiutamente a livelli poetici soltanto in una fruizione collettiva larghissima, la più larga possibile. Ecco perché preferisco i murali o le opere riprodotte in migliaia di copie, piuttosto che il tradizionale quadro di cavalletto. D'altra parte questa "non unicità" e "non limitatezza" dell'opera nascono, appunto, da quel rapporto nuovo che bisogna essere in grado di stabilire con la gente. E’ non è sempre facile. Il pittore deve rinunciare ad un atteggiamento carismatico ed a parlare - e a dipingere - "ex cathedra", tornando invece a porsi dentro il flusso della Storia, vivendone le contraddizioni e l'interna dialettica laddove queste si manifestano a livelli più coscienti e vissuti. Ecco il senso,dei dibattiti,. delle assemblee, degli incontri continui e quasi quotidiani che abbiamo tenuto qui a Valenza. Se questi rapporti non ci fossero stati, oggi il murale non sarebbe altro che un mio quadro enormemente ingrandito. Invece non è così: qualcosa è cambiato in me e nei lavoratori di Valenza e, grazie o loro, è cambiato in meglio.

(da "Arte-lavoro" del marzo 1972)

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Il murale di Valenza oggi

   Il murale di Valenza Po è amorevolmente conservato dalla Fondazione Luigi Longo nella collezione d'arte Valentia ed è stato esposto, dopo un'attenta pulizia e restauro conservativo del supporto, dal 15 gennaio al 6 marzo 2011 ad Alessandria e a Valenza Po dal 24 settembre 2011 in occasione di ExpoPiemonte.

Alessandria 2011

Valenza Po 2011

 

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