«poetica» 

 

 

«Un poeta mi ha insegnato a dire no» - 1968


1951

Per me le esercitazioni astrattive, così come le praticano i più, sono fini a se stesse – nei casi migliori raggiungono l’arte per l’arte – e sono soltanto un interruttore di consolazione, le soluzioni tecnicistiche dell’estetica moderna devono portare al conseguimento di una morfologia capace di mostrare la materia nei suoi processi fenomenici.

 

Arte/contro - 1969

«Sono contro il numero, la statistica e l'analisi per campione e tutto ciò che deriva dai piaceri positivi del giochetto matematico. Sono contro i calcoli delle convenienze a tutti i livelli perchè sono fatti escludenti dal conto la dignità umana. Sono contro il solipsismo del sogno e della veglia - cioè contro la Coscienza e l'Inconscio e perciò contro la ragione dell' Irrazionale o Antiragione. Credo nella fantasia dell'uomo: da essa è nata nel caos delle battaglie teologiche la Ragione, che è stata una meravigliosa trovata. Sono contro l'individuo - ma amo le persone (faccio tutto per uccidere in me il corpo dell'individualità e per aprirmi al mondo degli uomini facendomi persona). Sono contro l'artista e vorrei che mi venisse permesso di essere solo pittore e scultore per cogliere coi mezzi, gli strumenti del mio mestiere, le immagini dei desideri del popolo, farne un mio bisogno e tradurle in forme evocative e sacre - perchè credo nella creatività dei popoli e non in quella degli individui». novembre 1969 (da "Arte/contro")

Resistenza '75 - 1975

   Caro Luciano, (Lenti, Sindaco di Valenza Po, n.d.r.) insieme agli amici di Valenza, mi chiedi una dichiarazione di poetica da aggiungere al libro che state stampando per la mia mostra - e l'invito è entusiasmante; — ma devo subito dire che è un lavoro difficile per me, perché pur rendendomi conto di possedere delle sostanze, non sono abituato alle parole che tali sostanze possono disegnare, chiaroscurare e definire. Anche i valori di sostanza possono uscire mortificati dal mio scritto (che verrà paragonato al documento sulla falsa morte del compagno Nebbia con cui s'apre il libro, e allo scritto di Mario De Micheli che non ho ancora letto, ma che sarà senz'altro, come sempre, equo e misurato, semplice, illuminato e illuminante).
   Ed inoltre fare oggi una dichiarazione di poetica — e così pubblicamente, e così dall'interno dell'espressione delle vostre esemplari capacità e possibilità morali e culturali, come indica anche l'invenzione e la realizzazione di questa mostra - diventa gesto di cui bisogna che assuma tutta la grossa responsabilità. Intanto devo evitare il sospetto che io voglia riaffermare come primario il valore dell'individualità; e, secondo, che appaia un gesto di esaltata arbitrarietà l'uscire con affermazioni poco ortodosse su certi aspetti dell'espressione artistica (quando questa espressione, le espressioni, non hanno trovato un nodo con cui stringersi simbioticamente alle organizzazioni operaie, un alveo definito in cui incanalarsi per non disperdere la potenzialità rivoluzionaria che contengono e per sfruttarne la dinamicità al fine di ottenere una intensa unanimità di intenti, una economia di energie, un totale dominio della complessa rete distributiva).
   Però so che da voi non sarò equivocato: voi sapete come io vada portando avanti da anni una precisa stilistica mentale e come al di dentro e intorno alla pittura, io la vada sperimentando e proponendola nelle varie sfaccettature per verificarla e verificarmici, per arricchirla e arricchirmici culturalmente; in varie occasioni ho illustrato alcuni aspetti di questa stilistica, ma ciò che più conta è continuare a viverla, a viverci dentro e adattarla alle condizioni circostanti - cioè fare una operazione culturale ed espressiva di comportamento sulla base di un senso preciso (scientifico) della società e della sua storia, quindi di un comportamento inteso in senso globale, d'accordo con quanto di questo ne pensa Franco Graziosi che precisa non esservi «tra i viventi funzione che non sia adattativa, che non sia cioè una conseguenza remota o immediata della interazione con l'ambiente e dell'accumulo di informazioni da esso provenienti» per darsene e darne (ecco lo scambio di riflessione marxista), con l'analisi e la coscienza storica di tali informazioni, un modo di essere interamente e profondamente culturale - analisi e coscienza della storia, che non può essere un dato o una dote individuale, ma virtù collettiva. Vorrei poter insistere sulla necessità di andare alla definizione di «comportamento» perché mi pare che proprio nel senso di indicazione ampiamente e precipuamente culturale di tale definizione c'è «più futuro» per tutti.
   Il comportamento individuale che ha radici nel comportamento biologico, trova nella società, quale globalità di individui, adesso, maggior bisogno di precisazioni sempre più scientifiche, e la scienza del comportamento è ora necessaria per mettere ordine su tutto ciò che dal marxismo-leninismo è nato e si è radicato nella società.
   Ho cominciato però con quello con cui avrei dovuto finire.
   E dovrò finire con ciò che conclude il saggio di Mario De Micheli per Arte/contro: cioè il pittore (artista) è prima di tutto uomo e si interessa prima di tutto degli uomini...
   Sarà forse bene che io riparta dal mio scritto del novembre 1969. Allora De Micheli stava allestendo la rassegna di Arte/contro, che fu subito e divenne sempre più un punto di chiarimento e di nuova dinamica per tutti noi e per i giovani; chiese allora ad ognuno degli «invitati» uno scritto di poetica, o meglio ci chiese di scrivere il perché del nostro essere e stare «contro». L'editore Vangelista ci impose un massimo di 20 righe… siccome sono rispettoso delle necessità altrui, ci misi un giorno sano a concentrare in 20 righe il mio «perché contro» e il mio «per...».Quella «schiacciata» parve a più d'uno una formulazione oscura e misteriosa.
   Nello stesso libro, nel saggio introduttivo, De Micheli delinea i modi e i motivi dello scontro («le difficili relazioni tra l'artista e la società borghese»), tra la società soggetta alle leggi della produzione e del consumo capitalistici e l'arte, rifacendosi giustamente a Marx per le considerazioni che di ciò fece a suo tempo e che più ancora sono valide oggi, più vere ora, più verificate proprio adesso che una parte della società si è identificata con l'ideologia marxista e si è affidata o partecipa alle organizzazioni operaie di tipo leninista, che sente il valore di certe affermazioni anche di Trotsky circa il rapporto fra fantasia e vita associata. Cita De Micheli: «La produzione capitalistica è avversa a certi rami della produzione spirituale quali l'arte e la poesia». E commenta: «Se l'arte infatti è il risultato di un processo creativo, il meccanismo della produzione capitalistica, che tende a trasformare l'uomo da soggetto in oggetto, cioè a cosificarlo, a mutare la sua specifica essenza in un'essenza a lui estranea, tende insieme a distruggere in lui il principio stesso dell'arte, il principio della creatività».
   Scrivendo nel 1969 non dubitavo affatto di trovarmi in accordo con simili enunciazioni marxiste, poiché è attraverso il marxismo che ho conosciuto il mondo. Le mie erano solo parole un po' diverse. Essere contro il numero, la statistica e l'analisi per campione significa essere contro la trasformazione dei valori e delle essenze in cose numerabili e numerate; il «numerare» riduce infatti gli umori più vivi e segreti dell'uomo e della società in calcoli dolorosi (le pietre dell'abacus). Siamo ancora a una società di positivi che ricorre agli aruspici per avere un senso del suo futuro: ha solo sostituito il fegato con i calcoli attuariali.
   Sono contro i bilanci di previsione e tutte le calcolazioni finanziarie del vivere sociale perché sono fatte non tenendo conto che l'uomo non è prevedibile e che non ha un perimetro regolare e che se lo avesse non sarebbe chiuso, ma conserverebbe un varco per l'ingresso e l'uscita di sorprese poetiche; naturalmente sono anche contro la tecnologia come natura e fine del programma capitalistico, perché non voglio che all'imprevedibile moto della mano venga sostituito un apparecchio che mi aiuti a non usarla più.
   Quando poi scrivo che sono contro il calcolo delle convenienze, ecc., voglio dire che sono contro quelle politiche intese e fatte come arte del possibile in luogo della politica che, mano dell'ideologia, realizza il possibile. Cioè sono contro quella politik che toglie intere società dal piacere del lavoro, che fa perdere tanto tempo a interi popoli, che modifica di violenza, che sfigura, ferisce l'uomo, lo depaupera della sua naturale virtù topica, dell'integrità, cioè lo priva della sua dignità e lo mortifica perché e proprio perché toccato dall'indegnità della violenza, dall'indegnità degli strumenti della violenza, dall'indegnità dell'uomo violento. Il socialismo ci deve liberare dalla politik se è planetario, perché il socialismo è dignità globale.
   Per andare avanti nel chiarimento ora qui dovrei inserire un intero volume; conviene che invece ricorra solo a qualche citazione. Dice Lukacs: «L'estetica ha come suo centro il rispecchiamento artistico della realtà», in cui realtà è intesa come vita collettiva o individuale immersa nella storia. «Ove si rifletta attentamente», continua Lukacs, «tutto il nostro fare, tutto il nostro sapere, tutto il nostro essere è in sostanza il prodotto del nostro reagire dinanzi alla realtà». Reagire è dunque esprimere un'etica. Oggi che dentro la rete dei meridiani e dei paralleli si vive sul pianeta un'ansia per un mondo intero a se stesso, oggi che urge uno sferico rapporto di scambio materiale, morale e culturale, non è ammissibile rarefarsi nell'astorico - e astorico è ricorrere al proprio «spirito» personale evadendo dal contesto dei fattori sociali in atto, trovare la psiche come guscio, bozzolo o chela per prendere, piluccare, pizzicare i beni del mondo secondo le voglie momentanee evitando la fatica di impalcature e discipline e obblighi. Solo esprimendo un'etica si può fare poesia. Sono perciò contro anche alle suddivisioni dello spirito e della psiche in parti anatomiche (ego, superego, conscio, subconscio, ecc.) così come un Illuminato del XVIII secolo era contro la ridicola anatomia dell'anima con le sue quattro, otto, dodici parti divisibili poi per la Trinità, ecc.
La psicanalisi che fornisce alibi e servizi igienici a una pletora di farisei, è proprio e solo una tecnologia dello spirito (spero che Jervis non se la prenda) perché considera lo «spirito» come prodotto di virtù personali eguale per gli uomini di tutti i tempi, un fenomeno che si ripete e si ripeterà eguale sempre nel futuro, qualunque esso sia. Sarebbe innocente tutta la farneticazione sulla psicologia e la psicanalisi, se non servisse per giustificare e legittimare l'ebetismo e il mancato sviluppo di interi gruppi sociali e di isolati individui; sarebbe un gioco da spiaggia se non servisse a coprire danni morali e civili che questa società reca agli uomini che soggiacciono ad essa. È con le trovate come questa che si coprono fallimenti, focomelie culturali, difetti di completamento morale, e gli «artisti», schivando gli impegni, si sdraiano sul triclinio dell'Antiragione per giustificare i delirii solitari, per poter con comodo sostituire alla memoria il sogno, alla storia l'impressione, alla società l'eros, al cuore la nevrosi: operano un infantile e comodo scambio di valori per riuscire a sentirsi esclusivi, unici e irripetibili e con ciò scampare alla «piattezza» del vivere con gli altri: una ricerca di tridimensionalità che è invece una difesa stupida che sterilizza e mutila.
   Così molti artisti sono giunti alla estrema depauperizzazione del linguaggio, alla tritatura completa dei significati delle forme che la nostra cultura ha portato fino a noi per intenderci se non per riconoscerci: hanno creduto di ritrovare dei simboli ed invece hanno elaborato degli emblemi, ci hanno indicato dei procedimenti mentali sulla falsariga di idee generali che si risolvono in indizi di arte valevoli solo per la produzione in serie di oggetti costosi atti all'evasione dalla società. Io mi rifiuto di considerare artistico il prodotto di questa incongruenza (direi corruzione del rapporto).
   Sono con Trotsky quando dice: «L'arte esprime l'aspirazione dell'uomo a una vita armoniosa e completa (...) di cui la società divisa in classi lo priva (...) quindi in ogni opera creativa vi è un'implicita protesta più o meno cosciente e l'arte (e l'artista) non può trovare in sé la propria salvezza, giacché dipende dalla società, la quale può trovare salvezza solo nella rivoluzione. Dice Marx che l'uomo riesce ad isolarsi solo nella società. Isolarsi nella società è fare dell'arte un'armadi critica, forse la più completa arma critica e quest'arma va messa in mano al proletariato che lotta per la sua dignità, la sua libertà, per una vita completa nella socializzazione dei beni del mondo».
   Credo nella fantasia, ma non in quella automatica del sogno o a quella artificiale di scappatoia; credo nella fantasia che è fatta di compenetrazione, di interpolazione di idea e senso, di pensiero e umore. Fantasia per la scelta di un linguaggio che esprima per tutti l'apparire e il farsi della storia; fantasia come uno dei modi dell'uomo di porsi in attività dentro la storia; fantasia che lavora sull'idea nascente dal cumulo delle conoscenze di una collettività; fantasia di un uomo che vuol farsi, vuol realizzarsi effettuandosi ed effettuando, assumendo il ruolo direttivo delle idee circostanti con un agire da «persuasivo continuo» alla Gramsci.
   Credo nella fantasia come un mondo intenzionale, direbbe De Sanctis, che si stacca dal resto dei mondi e delle intenzioni e così crea nuovi rapporti, nuove dialettiche; cioè la fantasia a cui credo non è quella delle esaltazioni galleggiantisulle notturne atmosfere della masturbazione, ma quella che dall'interiore assume forma, una forma pensata.
   La fantasia di Cartesio partorì, fra domenicani e gesuiti in polemica sul concetto di «grazia», la Ragione con la quale si geometrizzò il modo di sentire il rapporto fra gli uomini. Ma senza Hegel prima e Marx dopo tale geometria sarebbe rimasta soltanto un modo (cioè un fare esteriore) di intendere la natura e il rapporto umano; il marxismo ci ha dato la maniera di vedere e considerare l'uomo moderno quale esso è - ed il marxismo è accaduto come un'astuzia della storia al momento in cui tutto stava precipitando nell'ignominia mondiale (basti pensare alla Commune, allo sterminio degli indigeni d'America, alla guerra dell'oppio, a Verdun, fino al nazismo…). Hegel affermò che solo con l'astuzia della ragione l'uomo moderno poteva salvarsi: questo pensiero fu ripreso da Lenin che volle sempre più astuta la ragione per una rivoluzione sempre più «astuta».
   Ma sempre più difficile e complicata si è fatta la ricerca per porre le idee rivoluzionarie ed attuarle: ci vuole un codice di comportamento che avvolga ogni persona per difenderla e sostenerla nelle fatiche sempre più gravi di una deontologia sempre più pesante e complessa. Ed ecco perché sono contro l'individuo. La definizione teorica porta sempre con sé un valore sostanziale, un peso in potenza e in carne, una valenza in capacità e consumo sociale e perciò quando dico di essere contro l'individuo non intendo sterminare il concetto di uomo, ma solo scarnificarne la definizione e vanificare la sua interna sostanza. Anche perché quando dico d'essere innamorato delle persone è il valore che amo e quella sostanza che variando bozzolo assume, nella sommatoria degli elementi della composizione, altra e diversa sostanza, diviene altra crisalide. Individuo significa con toni tardo-romantici e positivistici insieme, quell'essere sociale che ha assunto in sé tutte le facoltà per le possibili libertà e che di sé è divenuto arbitro. Per la società borghese ogni uomo è un individuo — in teoria; nella realtà solo chi nasce privilegiato o che è più forte riesce a liberarsi e divenire un padrone. Ma la degenerazione della libertà personale in egoismo (o egotismo, egocentrismo, solipsismo, —quanti nomi per una sola malattia!), della libertà di movimento in anarchia, della libertà di intrapresa in sopraffazione, ci fa definire tabe ereditaria il liberalismo che si oppone alla socialità e socializzazione della forza di ciascuno.
   Ho detto «amo le persone» e non temo di veder apparire il fantasma di Rosmini perché so che è restato un vuoto fantasma: non si è fatto ossa, nervi e sangue, ma è rimasto un lenzuolo, più o meno crociato, dietro al quale sono germinati i fasci, scomuniche, anatemi, anni di carcere e fucilazioni, svastiche, bombe, pugnali, forni crematori, ecc., avidità cieca e sanguinaria del potere e tutto l'armamentario con cui sempre ogni pseudoideologia, in tutti i tempi e in ogni luogo si difende o attacca.
   Intendo persona ogni entità elementare costitutiva della società in quanto tutto ciò che costituisce questa entità è come un «circuito stampato» ch'essa eredita intero al momento in cui s'affaccia in società: una globalità di informazioni comportamentali che immediatamente regolano e caratterizzano la sua vita nella comunità; un «circuito stampato» uguale per ciascuna entità, eguali le informazioni, le indicazioni, le quantità di valore. Questa entità vivente vivendo nel gruppo avrà dal mondo circostante (l'ambiente) in movimento e dal suo proprio muoversi nel moto del mondo, a privilegiare alcuni valori dentro le informazioni e le indicazioni - non importa ora sapere la differenza fra il molto e il poco poiché il nulla e il tutto non esistono — e a cambiarle di aspetto nei rapporti di quantità, cioè le renderà qualitativamente diverse. Avvengono cambiamenti di qualità e quindi di tipo espressivo, quindi di tenore estetico; l'arte è nella coscienza di questo cambiamento nel tempo storico.
   Secondo Lukacs «il marxismo si differenzia dalla sociologia borghese, dalle teorie del milieu, ecc., non solo per la sua critica radicale della società e per il suo storicismo, ma anche perché è riuscito a cogliere questa unità dialettica fra individuo e società; l'attività umana forma la società, e il movimento oggettivo della società si realizza solo attraverso gli individui. Solo in quanto ha subito un processo di socializzazione l'uomo si è trasformato da individuo naturale in personalità umana». Dobbiamo perciò cercar di assecondare questo processo di socializzazione per trasfigurarci in una entità superiore a quell'uomo-individuo (naturale e poi storico) di cui sentiamo le carenze, il peso dei vizi, il fastidio dei tabù, la banalità di essere un centro come una circonferenza di raggio zero, un cerchio senza diametro. Ancora Lukacs: «Tanto più l'uomo è sviluppato, tanto più egli è persona».
   Il nostro sviluppo sta nel rivoluzionarci. «Insplodere storia per esplodere alla storia», ha detto Matta.
   È noto che la filosofia borghese, pragmatica, considera le arti alla stregua degli sports (e non innalzando gli sports...) attività da svolgere nel tempo libero dagli impegni della produzione, considerati questi gli unici seri e decorosi... È la filosofia dei padroni per le leggi dei padroni. Arte come attività di secondo grado cioè senza base civile, morale e culturale: roba da abbellimento legato al plusvalore che si salvò solo perché con raffinatezza distinse il borghese dal militare e chiuse i battenti davanti a Hitler, ma i suoi professori non fecero il maquis, rifugiandosi invece negli USA per proteggere il loro genio); quell'arte sempre spudoratamente insegnata nelle scuole nelle quali si formano, come dice Nizan, «i sottufficiali di corvée del capitale». Di quella specie di camicia filosofica troppo stretta, in parte, gli artisti se ne liberarono, ma amletici nella scelta di classe, legati alle Gallerie e non ai cantieri, legati ai doppiservizi, al quartiere-giardino, alla Sala da Concerto, alla Cattedrale, all'edizione di lusso e all'elite, vagarono avulsi e spaesati nella società cupa dei fucilati di Bronte, del caso Dreyfuss o dei morti di Avola o dell'Italsider, o di Piazza San Venceslao; e in giro, in un antimondo dalle porte slabbrate, si muovono ancora scodinzolando alla ricerca del collezionista; vi parlano una lingua da alchimia morale per giustificarsi a vicenda le estetiche da esilio in cui sono ridotti. Di ciò Thomas Mann ha scritto tutto.
   Chi percepì il profondo valore della sublime passione umana di Van Gogh? Chi fu come lui? Chi sentì sulla propria pelle, nella carne, l'ingiustizia fischiare e tagliare con la lunga e aguzza frusta della miseria dei molti? Chi capì con lui che la miseria e la schiavitù rendono tutti amorali? Van Gogh fu lasciato morire disperato in un ghetto e nessuna mano amica si tese verso l'ulcera del suo grande cuore.
   Ma Courbet e Zola più eroi dell'intelligenza che del sentimento, ci guidano oggi e ci impegnano nella società, e per la definizione di artista pensiamo subito a questi tre uomini e subito dopo a Orozco, Rivera, Siqueiros e Guttuso.
   Oggi a centinaia si dicono artisti, ma non per alti valori creativi e solidità morale, bensì per scampare all'anonimità di una vita che non contiene nessun valore, una vita senza traguardo ideale; per scampare a giornate senza alba e senza tramonto, regolate solo dalla mercificazione dell'amore umano per il costruire e il trasformare. Essere detto artista e credersi tale nel tempo libero che il padrone ha organizzato per non perdere il controllo della massa che rinunciando al dolore è divenuta insensibile e che nella ricerca del totale benessere scampa alle stagioni, ma giunge al parassitismo e al talmudismo. E «artista» è chi distrae la massa dai suoi stessi problemi. Per questo il padrone lo paga, lo campa, lo premia; da persona diventa personaggio; e a diventare divo il passo è breve. Ma così non s'infinita l'uomo e muore dimenticato più polvere della polvere che alzò.
   Però non è interessante definire l'artista rispetto alla società borghese, bensì chiarirne il ruolo al riguardo della classe operaia in lotta. Possiamo considerare che chi lavora alla pittura, alla scultura, >ecc., è fuori della formula forza/lavoro-produzione-prodotto con la quale si stabiliscono i gradi e i pesi di valore sociale. Ma anche molta parte del lavoro non intellettuale della pittura, scultura, ecc. sfugge a questa formula. Però questo sfuggire non significa essere fuori da qualunque formula, da qualunque definizione. Intanto il lavoro creativo nell'arte è lavoro intellettuale, fatto cioè sul ragionamento per l'utilizzazione del cumulo delle conoscenze specifiche e generali partendo da una cosciente cognizione della storia. Nella società borghese l'intellettuale è un incaricato alla dirigenza; per la classe operaia in lotta l'intellettuale è colui che ha compiti di sintesi fra le varie componenti della realtà storica (dal passato al presente) e le richieste pratiche della lotta di classe. Un pittore può avere qualche valore intellettuale in più di quelli che ne possa avere p. es.un medico, un economista? Certamente no in linea generale, assolutamente no in senso personale: non ci sono nè valori nè meriti maggiori o minori: i risultati del lavoro impegnato (l'unico considerabile), i prodotti dell'intelligenza operativa, le concretazioni della visione anche soltanto personale del mondo, della società, della storia, degli uomini anche singolarmente presi e considerati; tutti questi risultati debbono essere rapportati all'efficacia che avranno ottenuto nel bisogno della lotta di classe per la vittoria della classe operaia in base al costo materiale del lavoro stesso. Perché l'unica definizione di arte che si può dare oggi che lavoriamo per fare il domani, anche se apparrà troppo rigidamente sociologica è questa: l'arte è quella certa espressione umana che una certa società definisce tale.
   Quindi è la società che inventa e produce gli artisti, inventa e produce arte quando in certe manifestazioni si riconosce, quando certe produzioni costituiscono simbolo, stimolo, scoperta intellettuale, documento della precipua vita della società stessa, perché se la società accettasse come validi quei prodotti dell'intellettualità creativa che allontanino l'attenzione dai problemi vitali della società stessa, significherebbe appunto che la società avrà avuto dall'artista e dall'arte ciò che si merita una società in crisi. Altrimenti il prodotto artistico sarà alto documento di storia totale di quella società perché dobbiamo anche dire che produrre artisti e arte non è difficile, mentre è assai raro che artisti e società scambievolmente si pongano in stato di alta tensione morale tanto da produrre arte che significhi significando.
   È anche vero che nella maggior parte dei casi l'arte e gli artisti servono anche ad altre cose, come per esempio a sperimentare certe forze sociali; ma questo è un aspetto marginale del fenomeno.
   Dunque senza una società che lo voglia non può esistere nè artista nè arte - e non può essere che sia l'artista a costruire una società adatta ai suoi interessi personali. Concludendo si può dire che la definizione di artista, dati questi presupposti «sociologici», non è generalizzabile e quindi va tolta dal circuito di facile consumo; e tale definizione «sociologica» toglie all'artista quell'aura, quell'aureola, quella divisa ineffabile a ricami graziosi e preziosi che il mondo d'oggi ama vedere su tutti coloro che la speculazione borghese gli indica come campioni della illuminazione pentecostale.
   Casomai è artista colui che reinventa tutto il mestiere della sua «arte». Perché è con la precisa e totale conoscenza della tecnica, del mestiere che un pittore (o musicista, ecc.) può definire una immagine a se stesso e agli altri. È dal mestiere che viene altro mestiere, quindi è da immagine che viene altra immagine: con il mestiere si perpetuano mestiere e immagine: da un quadro nasce altro quadro, il lavoro dal lavoro. Uno scrittore messicano ha detto: «Sono scrittore perché devo scrivere, visto che ormai scrivo e tutti lo sanno».
   Affinare il mestiere vuol dire quindi affinare l'attenzione al proprio lavoro, l'attenzione al dettato interno, attenzione alle proposte (anche velate) dei materiali intorno, attenzione alla vita per coglierla di sorpresa (per gli astanti e per la storia dell'arte), attenzione al filtro degli umori circostanti, al rapporto prodotto-consumo; affinare il mestiere è tenersi sotto controllo in uno stato di perenne autocritica.
   Così talvolta l'artista ha un mestiere e può diventare pittore. Ma artista non è il singolo, artista è la società che vive coralmente la sua epopea della vita.
   Talvolta anche i singoli sono artisti in senso generale: quando si trasfigurano dentro sollecitazioni irrazionali - così come può accadere a un giovane sano di innamorarsi di una donna brutta e malata, e sposarla. Ma anche fosse l'amore per la Musa - un amore isolato e isolante - non è conditio sine qua non per fare dell'arte, tanto meno pittura.
   Impegno sociale, vita sociale e mestiere sono dunque indissolubilmente legati: il lavoro fa l'uomo e l'uomo che più liberamente e proficuamente lavora più aiuta gli altri uomini a liberarsi e ad impreziosirsi impreziosendo di loro la loro società. Il lavoro fa l'uomo e crea i presupposti morali, civili, culturali dell'uomo; il lavoro li sublima così come l'uomo si trasfigura nel lavoro stesso. Il fine del lavoro è la vita e la libertà. Luigi Longo guardando il murale di Valenza che stavo ultimando, vide che nella parte del «socialismo» avevo dipinto il lavoro e i lavoratori. «Credo anch'io» disse «che si lavorerà nel socialismo anche se non ci saranno padroni.. Vedi» aggiunse «una volta ci fu uno che disse 'penso dunque sono', noi possiamo dire: lavoro dunque vivo». Un anno dopo a Milano, alla festa nazionale dell'«Unità» vide il mio dipinto finito esposto nel Parco. Mi strinse ancora la mano e mi domandò: «Lavori?», risposi di sì. «Anch'io!» disse ridendo, felice del suo mestiere di politico e rivoluzionario.
Ma cos'è che devo dipingere?
   Credo, da quanto ho detto, si possa senz'altro capire come io non pensi che il mio «committente» possa essere la mia fantasia, ne che sia il mio personale umore a farmi lavorare, come non sarà il mio «studio» l'unico luogo possibile per realizzare delle opere: in altre parole non credo nella verità e vitalità del «separato», del «segreto», del «privato». Lo «studio» come antimondo: una sbornia di superbia come l'anticton pitagorico!
   Se l'artista è stato per tanto tempo in sofferenza, così contrastato dalla natura e dagli uomini, se ha avuto ostacolato il suo volo dagli elementi materiali, magmatici, sempre deleterii, siano essi brutali o melliflui e sempre veementemente vivi contro il suo genio, contro l'anima sua preparata a penne per il celestiale itinerario cui era destinato; io mi sento diverso e cerco di trovarmi e qualche volta mi trovo in perfetto accordo con la natura e la società ed è casomai insieme alla natura e alla società che combatto contro i sopraffatori dell'una e dell'altra. Quindi è insieme alla natura e alla società che scopro i miei desideri e ne faccio cosmogonia di un nuovo cosmo e da questo, verificando le mie possibilità realizzative, estraggo quella parte di essi che è realizzabile; e la parte realizzabile del desiderio è subito bisogno (il desiderio sta all'ideologia come il bisogno alla tattica: liberare l'uomo dal bisogno ma mai privarlo dei desideri). Mi accorgo così che il mio desiderio e il mio bisogno coincidono con quelli della mia società. E dipingere diventa bisogno di dipingere il desiderio.
    Perciò la pittura può risolvere il bisogno di pittura, ma non altro e quindi tanto meno il desiderio; però può essere pretesto per una «diversamente» angolata presa di coscienza dell'uno e dell'altro.
   Diventa logico dunque che si debba riflettere sul soggetto della pittura ponendosi fuori della pittura e proiettare sul muro o sulla tela le immagini del desiderio nascenti dalla nuova visione di esso. Porsi fuori della pittura significa pensare al desiderio non privatamente in solitudine, bensì pubblicamente e in moltitudine. Saranno quindi le immagini dei desideri della collettività (del popolo) che verranno trovate e che verranno dipinte insieme al popolo.
   Perciò la mia pittura dovrà essere meno «personale» possibile, sia nella grafia che nella scelta del lessico iconico, ma dovrà rifarsi alle tecniche tradizionali del mio gruppo sociale perché non sia, ad esempio, la materia diversamente trattata ad attrarre l'attenzione che va invece tutta indirizzata sul perché di quella pittura e cioè sulle immagini e il modo con cui sono disposte, per una facile e sciolta «lettura» dell'opera.
   Non certo pittura didascalica perché ogni dipinto sarà un'aggiunta nuova alla serie di immagini dipinte da altri (o da me) in precedenza, e nuova sarà sempre perché con il tempo si modificano e variano gli aspetti dei desideri (raggiunti o non raggiunti) quindi varierà il loro bisogno e il modo di rappresentarlo (in questo modo diventa assai facile fare il pittore).
   Ovvio che coloro che sono legati alla propria grafia, alla propria persona, alla propria solitudine non faranno mai veramente all'amore con il mondo e con la società e non potranno mai capire cosa voglia dire lavorare in collettività e creare immagini e opere e proprietà collettive; staranno sempre con gli occhi rovesciati indietro a guardare il proprio io, a vivere in contumacia dalla vita; e per giustificare questo point de vue bouleversé inseguiranno freneticamente la voglia di fare il capolavoro; paurosi di sbagliare giudizio sulle proprie opere se le terranno ben strette tutte e ne cederanno qualcuna solo a gran prezzo e solo ai pochi che capiscono.
   Invece non credo alla solitudine quale buco, ugello, foro d'eiezione della fantasia pittorica così come non credo nel capolavoro, nell'opera unica, irripetibile e perfetta. Credo che un'immagine debba essere tale da venir subito accolta per la sua forza di indicazione, per la sua carica di sensi validi per le masse, per la comunicativa di aggettivi freschi di sorgente.
   Voglio dire che la pittura deve essere di fattura tale da poter venir consumata dagli individui di una collettività contemporaneamente, per esempio sotto forma di grandi superfici poste in luogo pubblico o sotto forma di «riproduzioni» di un modello diffuse a centinaia di copie. La pittura di queste «dimensioni» non fomenterà il collezionismo e il collezionismo non sarà investimento di danaro e si eviterà di pagare il pittore non a prezzo valore - che sarebbe in qualche modo tollerabile — ma a prezzo- richiesta di mercato che di questa cosa conosciamo tutto l'immorale meccanismo. Dunque: chiudere gli studi o avere lo studio quale appendice (dépendance) della casa del popolo, e sarebbero più allegri i musei i quali conservassero (se poi ne valesse la pena» le «brutte» tempere, i collages, i pasticci serviti per fare i clichés delle quadricromie per veri manifesti-posters-affiches-tanka-tatzebao-ecc..
   E si badi bene che da una posizione morale di questo tipo non potrà venire mai fuori una pittura didascalica perché su queste basi ci si troverà sempre davanti alla visione di nuovi temi con nuove immagini e nuovi rapporti fra loro, mai si ripeterà lo stesso tema schematizzato in figure canoniche (a cui l'artista potrà cambiare e solo leggermente attributi e qualità d'atmosfere).
   Arte didascalica è, per esempio, quella sorta dalle ultime battute del Concilio di Trento, quella che fu definita tale dai Padri Conciliari nel 1563 con un Decreto che codificò la teorica dell'arte sacra cristiana e che, insieme, separò da questa l'altra, la profana. Il Blunt commentando il Decreto, dice: «Immagini sacre come mezzo di incitamento alla devozione, mezzo di salvezza… immagini per la propaganda religiosa… Ma chi poi doveva stabilire se un'immagine fosse sacra o no era il Vescovo. Così la Chiesa Cattolica reagì per salvare il salvabile sotto la gragnuola luterana e calvinista.
   Molte discussioni erano già state fatte prima del Concilio su sacro e non sacro, molte di più ne furono fatte dopo, ma nessuna arrivò alla radice. Ed in epoca vicina a noi dall'estenuazione del sentimento religioso e dalla semi-estinzione della fede all'interno di una società che non riconosce più il valore della Chiesa come guida e non riconosce più nei suoi precetti e nelle dottrine un insegnamento e un avvertimento, all'interno di questa società laicizzata in cui anche il prete si toglie l'abito e la messa si recita in volgare, dopo duemila anni, si sono aperte nuove discussioni sul sacro (v. Castelli) sbagliando tutto, rovesciando tutto per salvare il fasto e l'orpello.
   Così avendo individuato il mio nemico nella pragmatica borghese, nel capitalismo con i suoi lugubri derivati, farò una pittura che sarà contraria a tutto ciò che il capitalismo nelle sue successive trasformazioni ha riconosciuto come arte, perché non è arte per me quello che non mi costruisce e non mi libera: i titanismi, i surrealismi, i simbolismi, e parnassismi, i futurismi, gli astrattismi, informalismi, dadaismi, ghestaltismi, bauhausismi, ecc.Ma una pittura sacra: quella che disegni il popolo al popolo, che parli al popolo del popolo, della sua eterna forza, della sua eterna paura, della intramontabilità del suo tempo, della sua incapacità al suicidio, della sua sconfinata vitalità, della sua vittoria finale sui piccoli sopraffattori sempre pochi e sempre brulicanti di cattiveria come i germi in un bubbone, della pace socialista in un mondo dominato dall'intelligenza del ragionamento e dal piacere di far piacere agli altri; una pittura che disegni le forme dei nemici, quella che disegni di fronte, di profilo e a tuttotondo la mappa dei trabocchetti del nemico perché il popolo lo possa conoscere sotto «altra specie», individuarlo oltre la lucente chiazzatura mimetica, scovarlo più rapidamente e colpirlo con maggior precisione (siamo ancora vicini ai compagni di Altamira).
   Una pittura fatta con i segni e i simboli di questa vita (antica) di lotta quotidiana (antica) con il linguaggio quotidiano, con i personaggi quotidiani dei proverbi e della cronaca; una pittura che riveli al popolo, a me e ai miei figli in mezzo al popolo, le iridate facce del dio popolo; fatta con i colori e i segnali dei riti sociali, con i ritmi dei racconti domestici e collettivi, delle favole, dei ricordi recuperati, i risultati delle comparazioni dialettiche delle stagioni, delle conversazioni intorno al vino o intorno al morto bianco, intorno al letto delle nozze, o quello dell'ospedale o quello di lini candidi in cui vagisce un nuovo destino, fatta come una dolce orgia di amicizia all'ombra di un fienile, sul banco della mensa o sulla piazza della fratellanza universale, dentro la storia. O fuori, quando ci si annoda nell'attimo senza confini dell'amore.
   Ma il mondo è ancora tanto giovane e però non so se io lo sono o se,caro Luciano, sono condannabile per presunzione.
Sassoferrato, 24.7.1975

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